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Le mie unghie le voglio a zero. E lunghissime.

Ieri, mentre stavo togliendo dallo stampo il contenitore di una candela, mi sono saltate due unghie.
Press-on, naturalmente.
Perché le mie unghie vere non saltano.
Le mie unghie vere praticamente non esistono.
Le porto cortissime da sempre.
Ma quando dico corte non intendo “corte e curate con un velo di smalto trasparente”.
Intendo a zero.
Non deve vedersi nemmeno quella piccola lunetta bianca che compare quando l’unghia comincia a crescere.
Se la vedo, la limo.
Mi piacciono le unghie naturali così.
Pulite, curate, senza smalto, cortissime.
Mi piacciono addirittura quelle mani in cui l’unghia finisce e si vede ancora un pezzettino di polpastrello.
Le mie non sono fatte proprio così, purtroppo.
Quindi le limo.
A zero…
…e poi mi metto una ballerina lunga, o una mandorla…
…possibilmente lunga anche quella.
Oppure uno stiletto.

Perché evidentemente ho un concetto tutto mio di coerenza.

Le press-on ho iniziato a farmele perché mi piace dipingere.
Non su tela, però.
Non ho mai avuto una particolare attrazione per tele e cavalletti.
A me piace dipingere sulle cose.

Materiali strani, superfici piccole, oggetti, tavole di legno.

E un’unghia finta, se ci pensate, è una minuscola superficie bianca sulla quale puoi fare praticamente quello che vuoi.

Così ho cominciato.
E poi non ho più smesso.
Ne ho scatole piene.

Fiori, foglie, farfalle, zucche, oro, pois, decorazioni in rilievo, colori improbabili.

Ballerina media.
Ballerina lunga.
Mandorla media.
Sto cercando la mandorla lunga.
Quadrata.
Stiletto.

Ho persino dei set corti.
Quelli dovrebbero essere la mia versione seria.

Solo che poi la ballerina corta è arancione con le zucche.
La mandorla corta ha il French giallo con le coccinelle in 3D.
Un ovale corto sembra un marshmallow.
Un altro è bianco e blu con l’oro.

Insomma, anche quando provo a fare l’unghia da collegiale, a un certo punto la guardo e penso:
“Va bene….però manca qualcosa…”
E qualcosa ci metto…solitamente di improbabile…

Qualche set l’ho regalato alle mie amiche.
Qualcuno l’ho fatto apposta per loro.
Non ho mai avuto il coraggio di proporle.
Forse perché non so se sarei capace di fare dei set ordinari.

O forse perché questa cosa è rimasta nel territorio delle cose che faccio semplicemente perché mi divertono.

E mi piace che esistano anche quelle.

Le press-on, in teoria, sono riutilizzabili.
Le mie potrebbero esserlo benissimo.
In pratica non le riutilizzo quasi mai.
Perché nel frattempo ne ho fatte altre.

E allora uno potrebbe ragionevolmente chiedersi perché io continui a produrre scatole di unghie che probabilmente indosserò una volta sola.

La risposta è molto semplice:
perché mi piace farle.

Ma c’è anche un’altra ragione per cui le press-on mi piacciono così tanto.

Io non voglio avere sempre le unghie lunghe.
Non voglio nemmeno averle sempre corte.

Le voglio a zero.
E lunghissime.

Non “oppure”.
E.

È un po’ come le scarpe.

Sono sempre stata perfettamente a mio agio su un tacco 12 e perfettamente a mio agio a piedi nudi su un prato.

Ai matrimoni mettevo i tacchi e portavo le ballerine nella borsa.
Non perché a un certo punto i tacchi mi facessero male.
A un certo punto volevo le ballerine.
I miei vestiti dovevano funzionare con entrambi.

Anfibio e piede nudo.
Tacco alto e ballerina.
Anfibio sul prato e poi via l’anfibio perché voglio stare scalza.

Adesso con il tacco 12 ho qualche problema in più.
Un paio d’anni fa sono quasi caduta dalle scale di casa cercando di non calpestare Daisy.

Daisy è uno dei miei gatti e ha avuto la brillante idea di essere praticamente dello stesso colore delle scale.

Ho messo malissimo un piede, ho sentito “cric” e, coerentemente con le migliori decisioni della mia vita, non sono andata all’ospedale.
Da allora la caviglia non ha più apprezzato particolarmente i tacchi.

Ma questo è un altro discorso.

Il punto è che non ho mai sentito il bisogno di decidere quale delle due cose fossi.

E con le unghie succede esattamente la stessa cosa.

Non porto le press-on perché non mi piacciono le mie mani senza.
Anzi.
Ogni tanto devo toglierle. Diciamo che passo il mio tempo per metà con unghie a zero e per metà con unghie lunghissime.

Le guardo.

E mi piacciono.

Entrambe.

Forse non sono molto brava con le mezze misure.

Ma con questa cosa ho fatto pace da parecchio tempo.

Non devo scegliere tra l’unghia a zero e la ballerina lunga.
Posso avere entrambe.
Anzi, tecnicamente le ho contemporaneamente.
Una sta semplicemente sopra l’altra.

E forse è proprio questo che mi piace tanto delle press-on.

Posso essere una cosa senza dover smettere di essere anche l’altra.

E se nel frattempo ne saltano due mentre sformo una candela…

pazienza.

Meno male che sono riutilizzabili.

Anche se, conoscendomi, probabilmente invece di riutilizzarle ne farò altre.

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L’autunno esiste per ricominciare

L’estate, per chi lavora con la cera, è una stagione un po’ complicata.

Fa caldo.
Troppo caldo.

La cera si ammorbidisce, le temperature rendono impossibile lavorarla e alcune cose che durante il resto dell’anno sono semplici diventano improvvisamente una lotta contro il termometro.

Così, ogni estate, arriva quella pausa che un po’ mi pesa.

Solo che stare ferma non è esattamente una delle cose che mi riescono meglio.

E allora quest’anno ho fatto quello che faccio sempre quando non posso lavorare con un materiale: ne cerco un altro.

Sono tornata a fare gioielli, una delle cose da cui, tanti anni fa, è iniziato anche il percorso che poi mi ha portata ad AriA.
Ho sperimentato materiali nuovi.
Ho continuato a dipingere, solo su superfici sempre più piccole.
A un certo punto sono arrivata alle press-on: minuscole tele su cui provare colori, sfumature, fiori, linee e dettagli che su pochi millimetri diventano un esercizio completamente diverso.

E poi sono uscita.
Ho raccolto erbe e fiori, li ho messi a seccare e ho riempito ancora un po’ di più quella parte del mio laboratorio dedicata a cosmetici, saponi, creme e lozioni.

Insomma, la cera era ferma. Io decisamente meno.

Poi, finalmente, le temperature hanno iniziato a scendere.
E sono tornata alla cera.
Forse è anche per questo che quest’anno avevo così tanta voglia di autunno.

L’autunno qui in Alto Adige non arriva tutto insieme.
Comincia con l’aria che cambia, con le montagne che prendono colori diversi, con i boschi che si accendono e con le foglie che iniziano a scrocchiare sotto i piedi.
E per me significa anche poter riaprire davvero il laboratorio.
Da questo ritorno sono nate tre nuove creazioni.

Autumn Stroll

L’autunno esiste per passeggiare.

Autumn Stroll è probabilmente quella che racconta più da vicino l’autunno che vedo intorno a me.

Tre piccole zucche, foglie e profumo di legno.
L’ho immaginata in due versioni perché non esiste un solo colore dell’autunno.

Mountain ha i toni più intensi: verde, arancio e rosso, come il bosco in alta montagna.
Countryside è più delicata, nei toni del crema, del cipria e dell’arancio tenue della campagna quando la terra inizia ad addormentarsi.
Per entrambe ho scelto il Sandalo, caldo e legnoso.

Pumpkin Crush

Ci sono cose che appartengono all’autunno senza bisogno di troppe spiegazioni e le zucche sono sicuramente tra queste.

Pumpkin Crush è la più semplice della collezione: bianca o arancione, con il suo piccolo dettaglio dorato e la cera profumata all’interno.

Questa volta, però, non ho voluto decidere io quale dovesse essere il suo profumo.
Cannella, Arancia e spezie, Pumpkin Spice, Miele, Vaniglia, Caffè, Resina o Sandalo.

Crush significa “cotta”. Quindi il profumo con cui innamorarvene lo scegliete voi.
Almeno fino a Natale.

Spice & Cozy

E infine c’è lei.
Ci sono profumi che sanno di autunno ancora prima di sapere da dove arrivano.
Caffè, spezie, cannella, zucca.

Spice & Cozy nasce dall’immagine del Pumpkin Spice Latte, dalle giornate che diventano più corte e da quel momento in cui si torna a casa un po’ umidi e felici e qualcosa di caldo e profumato sembra esattamente quello che ci vuole.

Qui ho giocato con la cera in un modo completamente diverso.

Il caffè e il latte si amalgamano creando arabeschi, poi arrivano la panna, i chicchi di caffè, la cannella, le foglie e una piccola zucca.
È tutto in cera.

La fragranza, naturalmente, è Pumpkin Spice. Spice & Cozy entra nella collezione autunnale, ma fa parte anche de Le Golose.
Il suo posto era già lì.

Forse questa collezione è nata anche dalla lunga attesa dell’estate.
Per mesi ho dipinto, raccolto, essiccato, provato materiali, fatto gioielli e seguito tutte le strade che la creatività decide di prendere quando quella principale, per un po’, deve rimanere chiusa.

Adesso posso tornare alla cera.
E ricomincio da qui.
Dalle montagne, dai boschi, dalle spezie, dal profumo del legno, dalle passeggiate e, inevitabilmente, da una quantità considerevole di zucche.
Bentornato, Autunno!

Un saluto dall’Alto Adige
Veronica AriA handmade creations

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Le Avvolgenti: la storia della cera che le api hanno deciso di lasciarci in regalo

Le Avvolgenti in cera d’api sono nate da un blocco che mia suocera mi ha regalato ma io la cera d’api non la uso, ho imparato a sostituirla con le cere vegetali.

Ma questa l’ho voluta perché ha una storia tenera, di rispetto e di natura. Quella vera, non quella che immaginiamo raccontandoci cose che ci fanno stare in linea con i nostri pensieri.

La cera d’api che uso non è acquistata e soprattutto non è rubata alle api!

Viene dal periodo del Covid, in un momento in cui la natura ha prosperato libera dall’ingombrante presenza dell’essere umano, quello che crede di arrogarsi il diritto di comandarla e spiegarla a suo piacimento.

Arnie di un anziano apicoltore, lasciate vuote e poi ritrovate con un regalo delle api. Le arnie erano state abitate, qualcuno aveva vissuto lì dentro, prosperato, lavorato e poi se n’era andato.

Quando una colonia decide di migrare e abbandona l’arnia (un comportamento chiamato absconding), il nido può rimanere vuoto con le strutture di cera costruite dalle api.
Approfondimento qui

La cera è stata lasciata da uno sciame che ha abitato l’arnia e poi è migrato, lasciandola vuota.

Senza che sia stata toccata nemmeno una goccia del loro miele.

Con quel blocco in mano, indecisa sul da farsi, ho cercato di rendere giustizia a quel regalo, volevo qualcosa che non si consuma, qualcosa che custodisca e così sono nate loro.

Le Avvolgenti in cera d’api sanno di prato di montagna, di quei fiori con il gambo sottile e la testa grossa, che provano ad arrivare in alto e si piegano ai bombi cicciotti… ma non si spezzano mai.

Odorano di fieno, di sudore salato nei capelli che prudono… sanno di prato, quel prato che se non pizzica non è bello.

Quel blocco di cera selvatico, sporco di natura, che odora di vita l’ho purificata a mano, con una tecnica antica.

Non è stato romantico. È stato un lungo lavoro duro e noioso.

Queste Avvolgenti non sono levigate. Sono vive.

Le Avvolgenti in cera d’api nate da questa cera sono disponibili qui

Alla cera d’api ho aggiunto resina di pino e olio vegetale e con questa miscela ho impregnato tessuti di cotone che provengono da scampoli di un negozio storico che ha chiuso.

Sostituiscono la pellicola, servono per coprire, conservare, trasportare.

Pane, panini, frutta, formaggi.

Una ciotola in frigo.

Il pranzo fuori casa.

Il calore delle mani le rende morbide e modellabili. Si adattano alla forma e la mantengono.

Si lavano a mano, in acqua fredda o tiepida, con un detergente delicato.

Si lasciano asciugare all’aria.

Con il tempo la cera si attenua è normale.

Per ravvivarle basta qualche secondo tra due fogli di carta forno e un ferro da stiro a temperatura medio-bassa.

Non sono oggetti da tenere perfetti.

Sono fatti per essere usati in una cucina viva.

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Le Zampette

Un piccolo progetto solidale

Le Zampette esistevano già.

Gli stampi a forma di zampetta stavano lì, ad aspettare qualcuno. Li avevo acquistati presa dalla tenerezza: scatoline a forma di zampa, grande e piccola. Troppo belle per essere relegate a semplici contenitori… e io troppo presa da collezioni, progetti, il sito, il negozio. Tutto correva.

Ogni tanto mi finivano tra le mani, a ricordarmi che facevano parte delle idee, ma non avevano ancora trovato il loro posto.

Aspettavano qualcosa.

Poi un giorno la mia amica Katja mi ha parlato di Egle, che a Torre del Greco si occupa di animali abbandonati con l’associazione “Con gli occhi di Alma”.

Io avevo già in mente da tempo di fare qualcosa per aiutare gli animali.

Quando Katja mi ha raccontato la storia di Egle, le due cose si sono incontrate.

E in quel momento le Zampette hanno trovato il loro senso.Un piccolo progetto solidale che cerca di fare qualcosa di concreto, anche da lontano.

Come funziona il progetto

Le Zampette sono candele e wax melts in cera di soia.

I contenitori a forma di zampa vengono colati a mano in gesso, uno ad uno, e poi riempiti con cera profumata.

Una parte del prezzo di ogni pezzo viene donata per sostenere il lavoro dell’associazione “Con gli occhi di Alma”, che a Torre del Greco si prende cura di animali abbandonati.

Ho scelto di essere molto chiara anche sui numeri:

  • Zampetta grande — 15,90€→ 10€ donati
  • Zampetta piccola — 7,90€→ 5€ donati
  • Wax melts — 10,90€→ 7€ donati

Ogni mese condivido sui miei social il totale delle donazioni raccolte.

Io trattengo solo il costo dei materiali per permettere al progetto di durare più a lungo, di restare magari un punto fermo nel tempo, anche cambiando le realtà da sostenere.

Il significato delle fragranze

Le fragranze delle Zampette non sono state scelte a caso.

Volevo che raccontassero qualcosa del legame tra il luogo dove nasce il progetto e il luogo dove gli animali vengono aiutati.

Alta montagna

È il profumo dei boschi intorno a Bolzano.

Resina, legno e aria fresca di montagna.È il paesaggio dove nasce questo progetto.

Brezza marina

È il profumo del mare di Torre del Greco.

Un modo simbolico per collegare due paesaggi lontani: la montagna da cui nasce il progetto e il mare dove vivono gli animali che vogliamo aiutare.

Lavanda

La lavanda è una pianta mediterranea molto diffusa.

In aromaterapia è tradizionalmente associata a calma, cura e protezione.

Mi sembrava il profumo più adatto per qualcosa che nasce proprio con questo intento.

Perché ho scelto di dichiarare le cifre

Nei progetti solidali spesso si legge semplicemente “una parte del ricavato”.

Io ho preferito dichiarare le cifre in modo molto chiaro: quanto costa ogni pezzo e quanto viene donato.

Non perché sia obbligatorio, ma perché quando si chiede alle persone di partecipare a un progetto solidale credo sia giusto che tutto sia trasparente.

Un progetto piccolo, ma reale

Le Zampette non sono una grande campagna.

Sono semplicemente un progetto nato dall’incontro tra un’idea che esisteva già e una storia che aveva bisogno di essere ascoltata.

Ogni Zampetta adottata significa qualche euro in più per aiutare animali che spesso non hanno nessuno.

E a volte anche le cose piccole possono diventare qualcosa di concreto.

Anche solo riempire una ciotola può diventare un gesto importante, perché significa non essere l’ennesima persona che non vede — o che finge di non vedere.

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L’8 marzo non è una festa

Ogni anno, puntuale, arriva l’8 marzo.

Mimose, cene tra amiche, serate organizzate, locali pieni. “È la nostra festa.”

Ma l’8 marzo non nasce come festa.

Nasce da una storia di lavoro, sfruttamento, diritti negati. Nasce dalle lotte delle donne operaie tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Nasce dalla richiesta di condizioni di lavoro più umane, di salario equo, di dignità.

Nel 1908 a New York migliaia di lavoratrici tessili scioperarono contro turni massacranti e salari inaccettabili. Nel 1911, l’incendio della fabbrica Triangle Shirtwaist causò la morte di 146 persone, in gran parte giovani donne immigrate, chiuse dentro per evitare che si assentassero dal lavoro.

L’8 marzo non è una ricorrenza leggera. È memoria di lotta. È memoria di ingiustizia. È memoria di diritti conquistati e mai definitivamente garantiti.

E allora sì, qualcosa stona.

Stona quando diventa solo un’occasione commerciale. Stona quando la parola “donna” viene ridotta a gadget, mimose regalate in automatico, serate che celebrano tutto tranne la consapevolezza.

Non è moralismo. È coerenza.

Non c’è nulla di sbagliato nel ridere, nel ritrovarsi, nel condividere. Ma se resta solo quello, si perde il senso.

L’8 marzo non è una festa come le altre. È un giorno che chiede memoria. E la memoria non è pesante. È necessaria.

Per questo, per me, non è una serata qualsiasi. È un momento per fermarsi un attimo. Per riconoscere la forza che ha attraversato generazioni di donne prima di noi.

La forza delle donne non si celebra. Si riconosce.

Potrei dire che l’8 marzo è diventato anche rumore. Slogan gridati, provocazioni, corpi usati come bandiere.

Ma la libertà non è esibizione. Non è mercato. Non è consumo travestito da ribellione.

La libertà è poter scegliere senza essere oggetto. È non dover urlare per esistere. È non dover imitare un modello per sentirsi forti.

Il femminismo, quello che rispetto, non è una posa. È il diritto di studiare, lavorare, decidere, dire no. È il diritto di non essere proprietà.

E allo stesso tempo, non posso ignorare le contraddizioni del nostro tempo. Diritti rivendicati a parole e poi svuotati nei fatti. Ideologie abbracciate senza guardare cosa fanno davvero alle donne.

Per questo l’8 marzo non lo vivo come una festa. Lo vivo come memoria.

Accenderò questa candela in silenzio. In memoria di tutte le donne che hanno lottato anche per la mia libertà.

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Cera di soia: perché l’ho scelta

Non ho scelto la cera vegetale per moda. È stata una conseguenza naturale di tutto quello che facevo già.

Quando preparavo creme in casa, ho iniziato a informarmi sulle cere usate nei cosmetici, su cosa fossero davvero e da dove arrivassero. È stato lì che ho scoperto che la cera di paraffina è un derivato del petrolio.

Non l’ho mai utilizzata.

Non per ideologia, ma perché non aveva senso. Amo la natura, cerco di rispettarla, sono contro la sperimentazione animale. Volevo qualcosa di vegetale, qualcosa che fosse coerente con il resto della mia vita.

Quando ho iniziato a fare candele, la scelta era già fatta. Non c’è stato un vero dubbio, né confronti complicati tra materiali. Semplicemente, per me esisteva solo una direzione possibile.

La cera di soia mi è piaciuta subito. Ha un colore morbido, un profumo leggero, e quando si raffredda non diventa mai perfettamente liscia. Fa delle piccole onde, degli avvallamenti, superfici sempre diverse. Sembra una distesa di velluto con piccole piegoline. È una materia viva, che si muove e si assesta da sola. Ogni candela è leggermente diversa dall’altra. Ed è proprio questo che mi piace.

Amo produrre pezzi unici, oggetti che non sembrano usciti da uno stampo industriale. È anche per questo che colo quasi sempre le candele in contenitori realizzati da me. Polvere e acqua che si trasformano per accogliere una candela. Mi piace raccontare che è quasi una magia.

Per me la cera vegetale non è una scelta tecnica. È la stessa scelta che faccio quando raccolgo un’erba, preparo una conserva o accendo una candela la sera. Una scelta semplice, coerente con il modo in cui vivo.

Avrei potuto scegliere anche altre cere vegetali. Ce ne sono diverse, ognuna con le sue caratteristiche. Ma la soia mi è sembrata subito quella più vicina a me.

È una cera semplice, pulita, senza eccessi. Brucia lentamente, dura a lungo e lascia pochissima fuliggine. È biodegradabile e deriva da una risorsa rinnovabile.

Non è perfetta, come non lo è nulla di ciò che viene dalla natura. Ma è una scelta equilibrata, concreta, senza estremismi. Per me era quella più coerente.

Quella che aveva senso usare ogni giorno, senza pensarci troppo.

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Non ho iniziato con le candele

Non ho iniziato con le candele.

Da piccola andavo con mia nonna Nina per campi a raccogliere erbe selvatiche.

Era divertente, un po’ noioso, ma mi inorgogliva vedere la sporta che si riempiva.

Poi, da ragazzina, facevo gioielli.

Orecchini con piccole pigne o ghiande, piccoli fiori e piante incastonati nella resina, anelli con sassolini trasformati in piccole pietre preziose.

Mi piaceva raccogliere cose semplici e trasformarle, dargli un altro valore.

Quando sono tornata ad amare tutto quello che sapevo, a cui ero stata accompagnata, tutto è riapparso: le erbe, la natura.

Raccoglierle, riconoscerle, aspettare la stagione giusta, portarle a casa e trasformarle.

Un modo semplice e, fatto di gesti ripetuti e stagioni da aspettare.

Era il mio modo di sperimentare un mondo che conoscevo bene e che a un certo punto avevo ritenuto un po’ ridicolo, attratta dai viaggi e dalle metropoli.

A un certo punto però quel mondo è tornato, non come nostalgia, ma come scelta.

Mi sono appassionata alla cucina in modo naturale.

Il cibo non era più solo preparare qualcosa da mangiare, ma ricordi, nutrimento per l’anima, calore, condivisione, avere cura di sé o degli altri.

È come si prende la vita.

Da lì è arrivata anche la voglia di fare sempre più cose da sola, senza scorciatoie.

Ho una grande passione per l’autoproduzione: conserve, marmellate, frutta sciroppata, verdure del mio balcone.

Autoproduco quasi tutto. Mi piace imparare, sperimentare.

Le erbe sono tornate al centro di tutto, come all’inizio.

Ho iniziato a fare candele perché la mia passione era raccogliere erbe selvatiche, trasformarle in oleoliti e farci creme e saponi.

Ma non posso venderli.

Condividerli solo con amici e parenti, a un certo punto, non bastava più.

Volevo raccontare la mia visione anche fuori.

Le candele sono arrivate così: non come un’idea commerciale, ma come una forma possibile per portare quella stessa filosofia dentro un oggetto semplice e quotidiano.

Così ho pensato che, facendo candele in un certo modo, avrei potuto offrire un’alternativa.

Da queste storie nascono le mie candele.

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Dove nasce AriA

Io vivo a Bolzano, in Alto Adige o Südtirol, va bene uguale.

È una città da centomila abitanti in una conca, caldissima d’estate.

Ma sono cresciuta tra i monti, e lì l’aria atavica si respira davvero.

Vengo da una famiglia semplice.

Mio papà aggiusta tutto: nulla si spreca, tutto si riutilizza.

Si vive rispettando: non si spreca il cibo, non si maltrattano gli animali, la natura, le persone.

Ci si affeziona a tutto: alla casa, alle auto, al cortile, alla vecchia gomma dell’acqua rossa e gialla che ci ha dissetato nelle calde giornate di sudore, risate e ginocchia sbucciate.

La montagna è il mio grande amore.

D’inverno c’è la neve ghiacciata sotto gli sci, l’aria fatta di spilli sulle guance che si arrossano e sulle dita che pizzicano.

La stanchezza felice che accompagna il brodo caldo sotto le coperte, che appesantisce le palpebre.

La montagna d’estate è diversa.

È caldo, il sole che brucia la faccia e ti fa ridere, i mille fiori di campo che sono stupendi anche se puzzano un po’ di pipì, le api che ronzano e i bombi cicciotti che succhiano il nettare appesi un po’ storti su fiori sul punto di spezzarsi… ma che non si spezzano mai.

Le api no, loro sono serie.

Fanno lavoro di squadra, vanno avanti e indietro con le zampette piene di polline e accade la magia: lo trasformano in miele.

Ci hanno insegnato a dire grazie alle api, al loro lavoro e al miele che ci hanno donato quando d’inverno la gola brucia.

Poi diventi adolescente e la montagna diventa noiosa.

Arrampicarsi, sciare, solo stare…

Gli adolescenti non stanno bene da nessuna parte perché ancora non sanno qual è il loro posto nel mondo.

Io l’ho capito diventando mamma:

ho capito che il segreto non è andare, ma riuscire a stare.

A stare nelle piccole cose,in un fiore un po’ ammaccato tenuto in un pugnetto chiuso,

nell’amore per quello che ci circonda.

Ma in fondo lo sapevo da sempre dove stava la felicità.

Mio figlio tiene in mano le api, è incredibile: nessuna lo ha mai punto.

Si avvicina, gli parla, appoggia la mano e le tiene sul palmo.

Senza costringerle, loro ci stanno e poi volano via.

Questo è Ari.

E insieme la nostra famiglia è AriA.

Da queste storie nascono le mie candele.